Dalle origini al 1922

 

Notizie tratte da "Gioie e Feste per la Nuova Parrocchia di Ospedaletti Ligure" - numero unico stampato e distribuito nel 1922 e conservato in originale negli archivi comunali

Dalle origini al 1922

Di Ospedaletti non può dirsi, come di tante altre città, che l'origine sua si perda nella classica notte dei tempi: non ha bagliori di incendi e di armi, nè polverio di ruine, è relativamente recente.

Non tanto però da dubitare della sua esistenza all'inizio del secolo XVI, solo per il fatto che essendo stati nel marzo del 1509 conclusi accordi per causa di confini tra la gente di Ventimiglia e di San Romolo (oggi Sanremo), i deputati d'entrambi le parti si adunarono a sottoscrivere i patti "in villa nova S. Joannis territorii Sancti Romuli" (l'attuale Ospedaletti).

Le parole villa nova e la denominazione Sancti Joannis, pur ammettendo l'esistenza del luogo, fan sorgere il dubbio ai cultori di storia patria, che il nome di Ospedaletti sia molto più recente di quello che comunemente si crede.

Sta per contro un altro documento, che fa risalire il nome di Ospedaletti nel senso etimologico al secolo XIII.

Si legge in un Atto del 1259 che Ugone Rotario, cittadino ventimigliese, lasciava soldi dieci di Genova "hospitali sive Ecclesiae S. Mariae de Rota" per acquisto di sacconi e pagliericci.

Il quale documento, mentre assicura dell'esistenza di una casa ospitaliera nelle nostre terre, verso la metà del secolo XIII, tronca e decide nettamente la questione contro coloro, che videro in Madonna de Rota, una corruzione di Madonna di Rodi, per armonizzare fantasiosamente con Valle di Rodi, e Colla di Rodi.

Poiché è certo che l'appellativo di Rodi, appropriato ai Cavalieri d'oriente, in seguito commendatarii di nostre terre, non rimonta che all'inizio del secolo XIV, chiamati fino al 1309 Cavalieri di S. Giovanni Gerosolimitano.

Ciò non vieta che possa accettarsi quanto insegna la tradizionale leggenda, che attenendosi all'etimologia del nome Ospedaletti, in latino Hospitalia, case destinate per albergare forestieri, o, come si direbbe oggi, foresteria, fa rimontare l'origine del sito ai Cavalieri di S. Giovanni, per avventura capitati alla spiaggia del nostro ligustico mare d'occidente.Una galera levantina per burrasca od inseguimento di tartana saracena - eran frequenti le incursioni e scorazzerie barbaresche e turche nei secoli XIII e XIV - trovò rifugio nella riva insinuosa della baia nostra, facile e sicura calanca.

Approdarono i navigatori: eran Cavalieri dell'Ordine Spedaliero di San Giovanni di Gerusalemme, più tardi comunemente detti Cavalieri di Rodi, dall'isola omonima, occupata dal loro Gran Maestro Falcone di Villaret.

Ebbero agio di ammirare le bellezze naturali del luogo, la vegetazione abbondante, il cielo adamantino, l'aria balsamica, pregna di effluvii salmastri.Eran poche case qua e là disperse. Conosciuto il bel sito, brigarono poi, e riuscirono nel secolo XIV, che fosse assegnata in Commenda all'Ordine Cavalleresco la terra ospitale: e d'allora la Valle ed il Colle s'ebbero il nome di Val di Rodi e Col di Rodi.

Presso le primitive case ospitali, già esistenti nel secolo XIII, costruirono altri rifugi, destinati ai Fratelli dell'Ordine bisognevoli di cura, e per riposo di pellegrini affaticati e stanchi; opera umanitaria, raccomandata dai Sacri Concilii e dai Principi, altamente sentita ed efficacemente praticata dai Cava1ieri di Rodi, o Spedalieri di S. Giovanni Gerosolimitano.

Sul colle fondarono un Castello, segno ed esigenza dei tempi, per respingere le invasioni barbaresche; un altro Castello in basso a tutela degli ospedaletti e fra questi una chiesuola intitolata al glorioso San Giovanni Battista.

E crebbe di numero la gente nei dintorni delle case ospitaliere, in riva alla marina, facile meta ai pirati saraceni per le loro ruberie.Ricordano le cronache del secolo XVI le angherie ed i soprusi patiti dagli ospedalettesi da feroce masnada. Ben 60 persone furono prese e fatte prigioniere, ed a forza trasportate sulle abborrite fuste.

L'idea del sollecito riscatto, tosto balenò a chi voleva ad ogni costo salvare la vita agli sventurati terrazzani. E dopo inauditi sacrifìzi e la vendita degli scarsi monili, che le madri e le spose offrivano spontanee, si giunse a comporre una somma di lire 8 mila, che furono sufficienti per ridonare a tanti prigionieri la famiglia ed il tetto natio.

Di quest'epoca è ancora il Decreto del Senato di Genova (1594), che autorizza altra Torre o Fortezza in Ospedaletti per la legittima difesa contro le scorrerie dei Turchi, che con più frequenza si rinnovano all'inizio del secolo XVII.

Ed è frutto religioso di quei tempi il precetto del Vescovo di Albenga, - allora nostra Diocesi - che fossero istituite nelle più importanti parrocchie alla marina, le Compagnie Parrocchiali per il riscatto degli schiavi.

Per mancanza di comunicazioni e mezzi di trasporto la vita degli Ospedalettesi era stazionaria; gli uomini lavoratori del mare per la ricerca del pesce, e per i viaggi lontani; le donne affaccendate nella coltivazione del proprio pezzetto di terra.

Quando nel 1860 l'imperatrice di Russia, Maria Alessandrova, fu consigliata dai medici di far cura di aria tiepida in riviera ligure, il dottor Karel, incaricato di studiare le condizioni climatiche di vari punti della Liguria, non esitò affermare, dopo accuratissime indagini, che la piccola borgata di pescatori a ponente di Sanremo era il sito migliore.

Tanti golfi e baie d'incomparabile fascino da Marsiglia a Spezia: ma Ospedaletti era assai più favorita da natura per cielo sereno, per rada sicura, per aria balsamica, per clima caldo e costante, per valli ubertose di ulivi e limoni. Nessuna abitazione era allora da potersi adibire per decoroso soggiorno della czarina: ed ella non venne.

Suonò l'ora avventurosa. La Società Fondiaria Lionese addocchiò le nostre località, nè studiò le posizioni, nè intuì l'assicurato prospero avvenire, ideò progetti, curò costruzioni di case e ville e strade dallo sfondo attraente e pittoresco; lanciò ai forestieri l'invito di venire qui a pacifico e soddisfacente soggiorno.

In breve volger di tempo Ospedaletti ingrandì. Oggi è grossa borgata del Comune di Coldirodi, e s'asside sulla spiaggia del mare ligustico ponente a 5 km. da Sanremo, ed altrettanti da Bordighera, quasi scaglionata a mo' d'anfiteatro tra i due capi brulli e pietrosi, che si spingono nel mare: a destra il capo Sant' Ampeglio, col fremito dei palmizi che separa l'incantevole insenatura ospedalettese dalla lunga marina bordighese; a sinistra il Capo Nero, col fascino degli ondeggianti ulivi, che la separa dallo specchio d'acque di San remo.

E nella conca qua e là sono sparse le casette bianche, le ville signorili, i palazzi suntuosi, tra l'ombrìo degli alberi tanti e diversi, annosi e novelli, negli innumeri giardini. E' coronata di montagne e ricca di colline, arborate di pini, che coi due promontori sovraccennati, la tutelano dall'imperversare dei venti.

Presenta belle strade regolari, fornita a dovizia di alberghi di prim'ordine, lussureggiante di palme e vegetazione tropicale, ed è specialissima terra per la perenne vita e profumo dei fiori. Oggi conta all'incirca millesettecento abitanti.Le primitive case eran peschereccie: abitate da gente di mare, e gli uomini eran praticissimi della pesca e dei trasporti marittimi. Paranzelle e tartane stavano agli ormeggi od in secco sulla spiaggia.

Oggi potremo ripetere la frase del poeta latino "quanto è mutato il paese da quello che era".

Gli Ospedalettesi volentieri contemplano l'azzurro mare che lucica, palpita, tremula, sotto i baci del sole; ma più volentieri coltivano la terra, che feconda, e germoglia belle e feraci piante di fiori. Più dell'acqua marina, or liscia, or agitata e spumante, è preferita ed invocata l'acqua piovana, o raccolta nelle vasche, che bagna le piantagioni nostrane ed irriga le ubertose campagne.

La coltivazione dei fiori assorbe tutta l'attività, l'energia, la volontà degli Ospedalettesi. Tutti i proprietari di terra, coltivano piantagioni di fiori: da questa industria sortiscono abbondante il fabbisogno per la vita.

Ben poco più resta delle limonaie e vigneti dei nostri antenati; anche gli ulivi cadono sotto i colpi demolitori dell'accetta, per dar posto all'ambita e feconda coltivazione delle piante fiorifere.

Son cento qualità variate di rose, garofani ed altri fiori, che letteralmente ricoprono le ben ordinate fasce o tavole di terreno, che dall'alto divallano al piano; magnifiche a vedersi per i tanti e diversi colori, da parerne ricca tavolozza di pittore. E nel "mercato dei fiori", conosciuto ed apprezzato assai, simmetricamente disposti, lestamente comprati, pagati a pronta consegna, incestati e spediti, i fiori nostrani si diffondono per tutta l'Europa.

Parlare di cose marinaresche agli Ospedalettesi, è ricordare tempi che furono; vantarne le loro industrie e commercio floreali è segnalarne il precipuò giornaliero lavoro, ed il sicuro cespite di onesto guadagno.