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Katherine Mansfield

nacque a Wellington (Nuova Zelanda) il 14.10.1888. Effettuò i primi studi in Inghilterra, presso il Queen's College di Londra e trascorse la giovinezza in grandi ristrettezze economiche. Iniziò a scrivere nel 1909 e nel 1911 conobbe il critico John Middleton Murry che sposò nel 1915.

Alla fine del 1917 fu colpita prima dalla pleurite e in seguito dalla tisi, malattia che segnò profondamente il suo fisico e le sue opere letterarie nelle quali si apprezza una sensibilità finissima e di grande potere evocativo. La malattia la portò a viaggiare in località marine della Riviera ligure e francese dove il suo debole fisico trovò ristoro.

Soggiornò ad Ospedaletti tra il settembre 1919 ed il gennaio 1920 nella "Casetta Deerholm", a levante del centro storico, ricostruita dopo la II guerra mondiale e divenuta "Villa Paradiso".

In questi brevi mesi scrisse un gran numero di lettere al marito rimasto in Inghilterra raccolte nell'opera "Epistolario" del 1920.

Il periodo ospedalettese fu felice per la scrittrice, la malattia sembrava essersi attenuata; nel paese erano famosi i suoi bei vestiti, che il marito le spediva in treno dall'Inghilterra e i bellissimi cappellini alla moda che soleva portare nelle sue passeggiate. Erano note la sua cordialità e l'amore non solo per i luoghi , ma per la gente di cui apprezza la tenacia e l'esuberanza.

Dopo questa breve serena parentesi, la malattia della Mansfield si riacutizzò e dopo un continuo peregrinare di clinica in clinica, si spense il 9 gennaio 1923 all'età di 34 anni a Fontainbleau, dove i suoi resti riposano nel cimitero comunale.

Di Ospedaletti scrisse “..è un incantevole piccolo paese”, adorno di rose, “il più bell'angolo di terra”, nel quale “tutto si profila sullo sfondo della montagna violetta”. “E' come un racconto di fate... il sole aveva il braccio intorno alle mie spalle.”.

Quando la Casetta (casa Deerholm) non ha più “grazie” da offrire, quando “la collina selvaggia, mai uguale” con “il fico selvatico e l'ulivo, le bacche nei cespugli e ciuffi di liquirizia” sembra diventata inospitale, si sfogava con una sua cara amica, Caterina “non mi par più di essere una ragazza o una giovane donna. Sento la gioventù completamente passata. A volte il timore di morire mi spaventa”. Per reagire a simile timore cercava di rendersi il cuore insensibile, in modo da non lasciare nemmeno una fessura in cui potesse “crescere un cespo di violette”. Della sua amica Caterina scrisse: “ti giuro che quando Caterina viene qui qualche volta, soltanto lo stare vicino alla sua salute e alla sua gaiezza, è stato come pane e vino per me” e così descrisse il loro primo incontro in un giorno di freddo “aveva le mani nascoste nei polsi di una giacchettina di lana grigia; aveva il naso graziosamente rosso e gli occhi le brillavano”.